Prefazioni

Prefazione dell’autore, Mario Rino Biancheri

MI sconvolge credere che in un paese “civile” come è l’Italia, possano accadere fatti così scandalosi. Mi ferisce come uomo e come persona che ha servito lo Stato sapere e toccare con mano che qualunque persona, anche tu, possa un giorno trovarsi in una situazione simile, più o meno grave di questa. E’ triste vedere come da una giustizia superficiale, ormai al collasso, possa essere letteralmente distrutta umanamente, professionalmente, socialmente la vita di una persona.

A chi non è capitato di vedere lo storico film “L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz”[1] ? E’ la storia di un uomo arrestato per aver rubato 5 dollari e condannato a scontare la sua pena in un penitenziario, appunto Alcatraz, dove i detenuti venivano sottoposti ad una serie infinita di violenze: percosse fisiche come colpi di sfollagente al volto, tagli con il rasoio o venir gettati per le rampe di una scala. Hanri Young, il protagonista di questa storia, ebbe la fortuna di incrociare nella sua vita un giovane avvocato, James Stamphill, appena laureato a Harvard, che riuscì a dimostrare quanto il trattamento inutilmente disumano di quel carcere, portasse gran parte dei detenuti alla pazzia.

Mi viene in mente anche un altro film, certamente più leggero, “Tutti dentro”[2], con Alberto Sordi nei panni di un irreprensibile giudice,  Annibale Salvemini, il quale, dopo avere emesso centinaia di mandati di cattura ai danni di ministri, azionisti e faccendieri, dando un severo colpo di mano alla corruzione, si ritrova inquisito per colpa di una avvenente donna e di un suo amico, anch’egli criminale. Attorniato dai cronisti, all’irreprensibile giudice un cronista chiede: “Signor giudice, è il caso di chiederle se dopo le drammatiche disavventure che ha avuto, lei crede ancora nella giustizia?” e, lui, risponde: “Ma dopo le recenti amare esperienze, io mi chiedo se è ancora utile investire tante energie per l’applicazione della legge, o se invece, rinunciando a vacue speranze e ad aspettative mai ripagate, non ci convenisse accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione. Questo nella speranza, ovviamente, che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti!” E poi aggiunge: “Scusatemi signori, ma sono inquisito, i giudici mi aspettano!”.

Sebbene l’accostamento possa sembrare stridere, l’essenza di ciò che desidero comunicarti con questo libro è la disumanità del nostro sistema giudiziario. Disumano tanto quanto Alcatraz, tanto quanto il paradosso di passare da inquisitore ad inquisito, senza la certezza di una legge “uguale per tutti”,  tanto da arrivare a pensare che ci convenga “accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione”.

Ti racconto la mia storia, storia di una disumana ingiustizia. Una delle migliaia che qui e lì per l’Italia non è difficile trovare. Qui non leggerai un racconto come un altro; non è solo una presa di posizione su un sistema giudiziario che non funziona. E’ la trama di un film drammatico del quale, mio malgrado, sono protagonista. Un film, una storia vera, la mia, piena di coraggio trasformato in amarezza, amarezza trasformata in rabbia, rabbia trasformata in sofferenza.

Qualunque sia l’idea che ti farai leggendomi, spero di vero cuore che tu non ti abbia a trovare mai in una situazione simile. Non sono necessari i colpi al volto con lo sfollagente, né i tagli al volto col rasoio, né che ti buttino giù per le scale per diventare matti. Una giustizia superficiale e perciò una ingiustizia, può lacerarti la mente, distruggerti l’esistenza, annientare i tuoi sogni, ucciderti socialmente. E’ capitato a me, ma non hai alcuna garanzia che non possa anche succederti.

Mario Rino Biancheri

Autore del Libro: “Sepolto Vivo. Storia vera di una disumana ingiustizia”.

[1]             L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (Murder in the First), film drammatico del 1995 diretto da Marc Rocco.
[2]             Tutti dentro, film commedia del 1984 diretto ed interpretato da Alberto Sordi.


Prefazione di Padre Pasquale Barontini

Ho letto e riletto con vivo interesse e dolore il suo libro dal titolo emblematico “Sepolto vivo”.

Ho avuto la fortuna di conoscere molto bene l’autore fin da quando era ancora ragazzo e sono orgoglioso di considerarlo un caro amico. Per oltre 16 anni è stato in qualità di volontario un preziosissimo collaboratore di “Radio Amore”, una emittente di ispirazione cristiana. Un giovane leale, altruista, capace, tecnicamente ben preparato, consapevole di sostenere un mezzo di comunicazione che si prefiggeva di farsi voce di chi non ha voce e compagna di chi è solo ed emarginato.

Prima di lasciare San Cataldo, mi è stata conferita dal Dott. Francesco Raimondi, Sindaco della Città (14 settembre 2012) la cittadinanza onoraria di San Cataldo con questa motivazione: “Per aver svolto la sua opera in 24 anni di servizio sacerdotale, con spirito di umiltà, di disponibilità e sensibilità, dando un significativo contributo alla crescita morale, civile e spirituale della Città di San Cataldo e per aver offerto conforto e compagnia alle persone, in particolare a quelle non autosufficienti e sole, tramite l’emittente “Radio Amore” di cui è stato responsabile”. Ho volutamente riportato questa lunga citazione perchè tutti sappiano che, mentre ero io il responsabile, chi di fatto dietro le quinte lavorava con grinta, passione e competenza era Mario Rino Biancheri. Devo perciò onestamente riconoscere che senza il suo fattivo e generoso contributo non avrei mai potuto ricevere un così alto riconoscimento.

Il titolo del libro “Sepolto vivo” descrive dettagliatamente la “Via Crucis”percorsa, momento per momento dall’autore, vittima di una truffa da parte soprattutto di due persone beneficate e nel contempo, ancora vittima di una giustizia lenta, nebulosa, mortificante e certamente non equa per il fatto che i magistrati, di volta in volta “non sembravano manifestare interesse a raccogliere le prove della sua innocenza. Prove che venivano sistematicamente respinte ed escluse dal dibattito.” E questo per sette e più anni.

Mi fermo qui, il resto sarà Mario Rino a raccontarvelo. Ciò che lo ha sostenuto in questi lunghi e tormentati anni è stata la sua fede, l’affetto di mamma Rosa e la vicinanza dei suoi amici. E infine vorrei gridare a Mario Rino: Non Sentirti solo! Sappi che c’è chi ti vuol bene, chi ti apprezza, chi decisamente vuol rimanere sempre al tuo fianco.

Io mi auguro che questo libro vada in mano ai mafiosi e a quanti del tribunale si sono adoperati per l’affossamento di questo innocente, perchè riflettano sul male fatto e desistano dai loro disegni di morte.

Padre Pasquale Barontini

Dell’Ordine di Santa Maria della Mercede


Prefazione dell’On.le Alessandro Pagano

Potrebbe ormai apparire retorico il ripetere che tra le molteplici crisi che scuotono il mondo contemporaneo, da quella della cultura a quella della famiglia, da quella dello Stato a quella dell’economia, vi sia ad agitare l’orizzonte e la vita quotidiana quella non meno importante del “pianeta giustizia” in tutte le sue articolazioni e profondità. Affermazioni che potrebbero apparire talvolta meri “slogan”, e spesso e volentieri lo diventano ma altre volte non lo sono per niente, riguardano le considerazioni sull’interminabilità dei processi, sulla non certezza della pena, sull’esistenza di una legislazione che vanifica l’operato delle forze di polizia da una parte e della Magistratura dall’altra, sull’uso “scenico e teatrale” di tragedie umane, di giustizie negate e di sofferenze inenarrabili.

Sulle cause di questa crisi profonda e dalle radici antiche, si sono sovrapposte le analisi, le letture e le proposte di soluzione, da quelle serie a quelle “da bar”.

Mi piace qui indicarne una, o meglio un suo aspetto, forse del quale poco si parla perché “poco politicamente corretto” e non sicuramente da “salotto buono” ed è quella che vede l’espandersi della “dis-società” illegale da una parte e della negazione di una “giustizia giusta” dall’altra, nella rottura del fondamentale rapporto fra religione, etica e diritto, che mostra l’incongruenza di ogni tentativo volto a realizzare la prevenzione criminale e l’affermazione della giustizia, secolarizzando ulteriormente il diritto stesso, in altre parole separando, fino a contrapporli, diritto e morale, tentativo che finisce con il moltiplicare la confusione.

Di fronte agli esempi e agli effetti palesi della secolarizzazione in genere e di quella del diritto in specie — divorzio, aborto, liberalizzazione della pornografia e della droga, per citarne solo alcuni — non può non suscitare sdegno — ha affermato tempo addietro il docente di Diritto Penale prof. Mauro Ronco — “[…] il fatto che, dopo avere a lungo e ostinatamente negato l’esistenza del male, i potenti della politica e della cultura si diffondano oggi a costatare lo spessore quantitativo del male stesso, senza per nulla piegarsi a esaminare le cause morali e gli errori intellettuali che tanto e così decisivamente hanno contribuito a provocare l’attuale stato di profondo mal-essere sociale”.

Tra le cause poi della debolezza dello Stato, occorre inserire una serie di leggi “lassiste”, frutto di scelte ideologiche, maturate nel clima culturale postsessantottino, necessitanti di rettifiche coraggiose della disciplina processuale affinché le regole di rito non prescindano dal finalismo del processo stesso che non può non guardare, certo nel rispetto degli aspetti formali, a far emergere l’oggettività del fatto, pena la confusione fra lo strumento e il fine da raggiungere.

Una vera risposta dello Stato ai fenomeni criminali deve guardare al superamento di una legislazione non solo iperformalista e supergarantista, ma anche gravemente confusa e di difficile esegesi.  La confusione e la superficialità sembrano, infatti, essere spesso i compagni di strada preferiti d’interventi legati alle vicende giudiziarie e, cosa grave, questioni sorte da difficoltà ermeneutiche di una legislazione ipertrofica e complessa sono date “in pasto” a un’opinione pubblica sempre più frastornata e ridotta al rango banale di tifoseria calcistica tra fans di “giudici” e fans “castiga magistrati” di turno.

Tutti avremmo in definitiva motivo di trarre spunto da un discorso tenuto l’8 luglio 1991 dal Beato Giovanni Paolo II ricevendo in udienza i partecipanti alla prima sessione della Conferenza permanente organizzata dal ministero dell’Interno della Repubblica Italiana su La cultura della legalità. Infatti, il problema della giustizia e della sua crisi deve essere affrontato elevando il tono del discorso: “[…] l’affermazione meramente formale della legalità senza effettiva incisività negli interventi concreti”, ha detto il Papa, “finisce per favorire una illegalità di sostanza, fatta di compromesso e corruzione, con la conseguenza dell’affermarsi di un diffuso malessere che incrina alla base quel consenso sociale che, com’è noto, è il fondamento stesso della civile convivenza. […] È chiaro, pertanto, che ogni azione mirante al recupero della legalità deve necessariamente partire dalla riaffermazione di questi valori fondamentali, senza i quali l’uomo è offeso nella sua dignità originaria e la società è intaccata nel suo nucleo più profondo”.

Nella presente situazione, ognuno di noi, operatore del diritto o meno, deve con forza ricordare, tra le tante cose importanti, che la causa prossima della gravissima crisi della giustizia e insieme l’esplosione della criminalità, è anche il risultato di una legislazione fondata su presupposti culturali relativistici, produttivi, di fatto, di effetti devastanti, e con profonde radici nella scristianizzazione della società e nell’abbandono, al tempo stesso a livello individuale e istituzionale, di un ordine oggettivo di valori di riferimento.

Alessandro Pagano

Deputato della Repubblica